Dalla crisi del 2004 al fallimento

La crisi di Ginori, un tassello essenziale della nostra identità cittadina e del tessuto produttivo toscano, ha attraversato entrambi i mandati di questa Amministrazione. Era da pochi giorni iniziato il nostro lavoro, quando, nell’estate 2004, esplodeva con fragore la prima di una serie di periodiche crisi e la proprietà faceva ricorso allo strumento della cassa integrazione, determinando grande preoccupazione per il futuro lavorativo degli oltre 350 lavoratori dell’azienda e uguale preoccupazione per il suo futuro produttivo. Pochi mesi dopo, esattamente nel novembre 2004, cadeva un atto destinato a pesare enormemente sul futuro di Ginori: la costituzione della società Ginori Real Estate, in cui veniva concentrato l’intero patrimonio immobiliare, con la partecipazione paritaria di Richard Ginori 1735 e di Trigono srl. Da questo momento la proprietà industriale si separa parzialmente dalla proprietà immobiliare.

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Fra il 2004 e il 2007 si succedettero svariate e inconcludenti iniziative della proprietà (allora in mano alla famiglia Rinaldini, proprietaria allora anche del marchio Pagnossin) che portarono all’avvicendarsi di imprenditori che di volta in volta dichiaravano il loro interesse a risollevare le sorti dell’azienda. Ogni tentativo di far entrare un nuovo socio nella compagine di Ginori fallì. La situazione si aggravò ulteriormente quando il titolo, inserito da tempo nella black list, fu sospeso in borsa il 5 dicembre 2006.
Nel novembre 2007 si determina una svolta. Il gruppo imprenditoriale Starfin, già socio di minoranza della società, perfeziona con la famiglia Rinaldini un contratto di acquisto che lo porta in pochi mesi a detenere la maggioranza del pacchetto azionario, anche grazie a una ricapitalizzazione di circa 20.000.000 di euro.
Negli anni successivi si registrarono alcuni segnali positivi, indicatori di un rinnovato impegno industriale. Il titolo venne riammesso in borsa il 22 settembre 2009 e aumentò notevolmente la produzione ed il fatturato. A ciò non fece seguito tuttavia un corrispondente aumento di liquidità e Ginori vide gradualmente chiudersi le porte del credito bancario. Sullo scorcio del 2011 le difficoltà dell’azienda si acuirono e Ginori giungerà al punto di trovarsi in difficoltà nel pagare le tredicesime. A partire dalla metà di dicembre 2011 inizieranno le fitte convocazioni dei tavoli regionali, che vedranno il coinvolgimento assiduo delle organizzazioni sindacali, del nostro Comune, della Provincia e delle aziende di credito toscane. Tutto ciò non basterà a scongiurare la crisi. Il tentativo di determinare un nuovo afflusso di capitali, o mediante ricapitalizzazione o mediante l’ingresso di un nuovo socio, non andrà a buon fine e l’Assemblea dei Soci di Ginori il 9 maggio 2012 decreterà ufficialmente l’avvio delle procedure di messa in liquidazione, nominando il collegio dei Commissari liquidatori. Al momento della messa in liquidazione, Ginori contava 485 lavoratori (di cui 363 direttamente alle dipendenze dell’azienda e 122 legate all’indotto e alla rete commerciale). Si apriva nel cuore della nostra città il momento più teso e difficile per la fabbrica.

Il ruolo del Comune di Sesto Fiorentino

I sindacati e la città

La ricerca di una nuova localizzazione della fabbrica

Epilogo: dal fallimento alla rinascita

Focus di approfondimento

Sulla situazione di Ginori si è attivata da subito una stretta collaborazione istituzionale. Il Comune di Sesto Fiorentino è sempre stato in prima fila, pronto ad ogni approfondimento e ad ogni azione che potessero tutelare la fabbrica, la produzione e i livelli occupazionali. La Regione Toscana ha attivato con sollecitudine un tavolo istituzionale che si è riunito una prima volta il 15 dicembre 2011, dopo numerosissimi incontri informativi che hanno visto il coinvolgimento del Presidente della Regione Toscana, del Comune di Sesto Fiorentino e dell’azienda. Il tavolo è stato poi riconvocato regolarmente, coinvolgendo di volta in volta i soggetti, dai sindacati alle aziende del credito toscano, che potessero portare un contributo alla soluzione della crisi. La presenza della Provincia di Firenze, attraverso l’Assessore Simoni, e l’azione di monitoraggio da parte della Regione Toscana, attraverso l’Assessore Simoncini, sono state assidue e costanti. A loro va il nostro più sentito ringraziamento. L’11 gennaio 2012 si teneva presso il Ministero dello Sviluppo Economico un primo incontro. Al centro, la situazione debitoria dell’azienda e la possibilità di giungere a una sua rateizzazione con l’Erario, la crisi creditizia e di liquidità di Ginori. Numerose altre, con regolarità, si sarebbero aggiunte successivamente; ogni passo della crisi avrebbe trovato un momento di confronto e monitoraggio attento e approfondito al tavolo del Ministero. Per analizzare proposte di soluzione, per discutere del fallimento, per verificare, anche con l’interessamento del Ministero dei beni culturali, i benefici derivati dall’applicazione della c.d. “Legge Guttuso”.

Nel 2004 il Consiglio aveva approvato il primo Piano Strutturale del Comune. Si prevedeva allora l’inserimento dell’area dello stabilimento e del museo all’interno della cosiddetta Area Urbana Non Consolidata Ginori con le seguenti destinazioni d’uso: residenziale 13.000 mq; medie superfici commerciali 3000 mq; produttivo a carattere diffuso 10.000 mq; produttivo in senso stretto 3000 mq (SUL). Queste previsioni, a fronte dell’aggravarsi della crisi di Ginori, non hanno trovato alcuno spazio nel Regolamento del 2006. I volumi previsti sono stati zero. Tutta la travagliata vicenda di Ginori è stata accompagnata dalla più solida volontà di non consentire neppure quanto previsto dal Piano Strutturale nell’area di Viale Giulio Cesare in assenza di una coincidenza tra proprietà industriale e proprietà immobiliare, con l’obiettivo di favorire e privilegiare il consolidamento produttivo rispetto alla rendita. Questa Amministrazione non ha mai offerto nessuna sponda a nessuno per poter invocare cemento e speculazione in cambio di lavoro. Il 28 gennaio 2014 è stato approvato il secondo Regolamento Urbanistico. La separazione fra proprietà industriale e proprietà immobiliare non ha trovato ancora soluzione e la società immobiliare che detiene gli asset immobiliari dell’azienda è ancora in liquidazione. La posizione del Comune di Sesto Fiorentino non muta. Volumi zero. No a qualsiasi appiglio alla speculazione.